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Ricordi da Cantù
di Angela

Sono felicissima di aver trovato il vostro sito. Ho 60 anni e venivo in montagna a triangia quando ero bambina. Ricordo Don Lino Bassi, il parroco di allora, che ci ospitava. Ricordo le passeggiate all'antenna, ai gatti, al laghetto, ai ligari a San Giovanni col pic nic. Le more: per raccoglierle ci graffiavamo le mani e sporcavamo i vestiti.

Ricordo la fontana, la cooperativa dove Don Lino vendeva le pere che noi aiutavamo a raccogliere. Aiutavamo anche a raccogliere il miele delle sue api, non senza qualche puntura, ma comunque per noi, lavoro molto istruttivo. Ricordo la signora Amelia che aveva una trattoria. La macelleria Morelli e il figlio seminarista che girava il fieno con il rastrello e che ho ritrovato dopo tanti anni a Milano. Ora e' a Como. Ricordo una signora albina. Ricordo il fortino della parrocchia dove noi dormivamo in uno stanzone con una decina di brandine. Molto divertente. Ricordo le sig.ne Dina e Emma che accudivano Don Lino e che cucinavano benissimo, per lui e anche per noi, che eravamo ospiti alla sua tavola, con qualche sacerdote di passaggio.

E' bello il sito che avete fatto, complimenti. Vi auguro tanta felicita'. Vi visitero' spesso sperando di trovare qualche altra foto.

  
Triangia: il sogno e la visione
di Nello Colombo

  C'era un tempo lontano Triangia: casupole sparse e cadenti, in disarmo, poco più di trent'anime attorno alla pieve deserta, aggredita da rovi e invisibili trame d'argento nel sole, quattr'archi cadenti di pietra, a guardia di poch'assi sbilenche sospese nel vuoto.

  C'era un tempo Triangia…quando l'ava birbona rintuzzava l'uggia riottosa dei bimbi, narrando di orridi orchi che ancora infestavano boschi e contrade, di fiere crudeli e selvagge che s'addentravano fino ai margini estremi del borgo, sin quasi alle case, paventando l'abisso all'imbelle fanciullo, ricusando così un ameno capriccio, una voglia smaniosa o un ingenuo trastullo.
Figlio tiranno della paura: il ricatto!

  C'era Triangia, lungo il pendio che menava alla cima tra querce robuste e castagni fronzuti, tra cave spelonche, covo cupo di ombre malfide e sacrileghe mani, lassù dove, stagliate sull'azzurro cinereo che tende al languido argento, tra le estreme contrade, occhieggia Ligari col suo ottagono irregolare, l'oratorio deserto, la nicchia segreta del divo Battista, ostia sublime dei veli carnali di una danza lasciva. Del laghetto incorrotto di un tempo, bardato da pini ed abeti, specchio di brame di rane e tritoni, non resta che una sordida pozza salmastra.

  E su tutto, il velo dell'incuria e dell'abbandono, fin sull'ultima rocca sbrecciata che segna i confini del passo. Triangia, coi suoi alti vessilli crociati di ferro spuntati nel vento, le sue corti serrate, le antiche vestigia dirute di forni e mulini. Triangia, che dorme tra i monti come un sogno incartapecorito, svanito ai primi lucori dell'alba nascente.

  Ma… Triangia c'è ancora! E quel che s'alza dinanzi allo sguardo smarrito è soltanto una spessa cortina di nebbia che tesse l'inganno della mente distorta dal sonno, ferita da mille timori: paura forse che un giorno possa veramente cadere il velo dell'abbandono su questa contrada, come un amaro presentimento di malefica morte. No, Triangia c'è ancora! E' ancora lassù, conca segreta di felci e licheni, di vergini sempreverdi e foglie caduche, di cervi e caprioli, di vecchi scolpiti dal tempo e cuccioli d'uomo che gridano a frotte allietando le piazze e le vie.

  Vive Triangia, dirimpettaia del sole che dipinge di luce le cose, le case, e scalda il cuore di gente sincera e operosa.

  Al visitatore che per primo giunge al suo ampio terrazzo naturale potrebbe accadere di rimanere stregato dal paesaggio mozzafiato che si gode dall'alto del vasto pianoro prativo rotto da valloncelli boschivi e rocce istoriate dal tempo che si protendono sulla valle aduana oltre le ultime propaggini che precipitano con una rapida vertigine sui vigneti della Sassella.

  Dal fondo nebbioso che copre la vallata emerge appena, fiabesca, la punta del campanile di San Bernardo che s'innalza solitario tra le morbide balze del dosso accidentato che porta alle antenne. Retiche e Orobie, la cuna che un tempo carezzò le sue messi copiose e i vigneti preziosi, s'innalzano fiere, baluardo solenne sulla valle soliva, ai suoi piedi, dove l'Adda sinuoso serpeggia lungo l'arco che unisce l'Aprica ed Ardenno. Bianche case di malta e di sasso, accrocchiate a fatica sul declivio gibboso, protette dal Rolla, sciorinate al pallido sole d'autunno inoltrato, sembrano quasi dormire, avvolte in una magia silenziosa che arresta il respiro. Ed in alto tutti i colori della tavolozza, stemperati tra l'ocra selvaggia dei crinali e la ruggine antica di foglie marce di malinconia, tra il verde smeraldo del muschio increspato dagli aghi di pino ed il rosso tiziano venato di grigio di pioppi e castagni, tra il cupo turchese del lago dormiente ed il giallo radioso di tigli e betulle. I rami adunchi di orfane querce emergono solitari dallo specchio lacustre, misti a mille lutei pennacchi sbiaditi di tife nel vento.

  Semplice e bella, Triangia, col suo vestito buono, di bianco e d'azzurro, le trasparenze velate delle sue limpide fonti, lieve e aggraziata mentre danza leggiadra tra boschi e brughiera. E ancora vivrà seducente negli anni invecchiando serena accanto a chi crede che forse qui la meridiana della vita sia ferma da tempo, Eden perduto di una umanità ferita mai dimentica dei suoi figli più cari.

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